Arriviamo in Centrale con largo anticipo: io, Mimmi e un signore anziano che guida la macchina, un volontario gentile che fa per me qualche cosa di molto importante perchè senza il suo aiuto non potrei partire.  

Ci siamo mossi in largo anticipo, prima che il traffico ci intrappolasse, così la città era vivibile, grigia e piovosa, bella come sempre, per chi la ritiene bella, nella sua normalità.

Eccolo, il muso affusolato, l’aria forte intorno; si aprono le porte, scalini facili facili da salire con il bagaglio, troviamo subito il mio posto, imparo in fretta dov’è la porta del bagno, prendo un paio di punti di riferimento nella mente e tutto è a posto, il bagaglio, un piccolo trolley verde è quasi sopra la mia testa. Mimmi e il signore scendono.

I miei vicini di posto sono due signori educati e gentili, soprattutto non puzzano. Uno dei due ha sbagliato posto, così dopo un po’ se ne va a cercare il suo. Il controllore passa presto, è una signora dolce e gentile con un lieve accento napoletano, è anche piuttosto giovane.

Il treno dal muso allungato corre veloce, niente fermate fino a Roma Tiburtina, poi Termini e giù filato fino a Napoli Centrale.

Leggo, vado due volte in bagno, il caffè lungo del mattino è un po’ diuretico, avrei anche voglia di mangiare qualche cosa, ma ho lasciato a casa il cioccolato così ho solo la cicca e qualche caramella.

In fondo alla carrozza c’è una famiglia con un bambino di circa otto o nove anni che racconta delle storielle a briglia sciolta, ride come un matto, è un torrente di parole e d’immagini buffe, irresistibile, rido anch’io.

Intanto ci siamo alzati tutti per metterci in coda verso l’uscita. Parlo con una signora di nome Emma che mi vuole aiutare a portare giù il trolley.
Ci salutiamo sul binario.

Adesso sono a Napoli, in piedi sul binario aspetto che la guida venga a prendermi. Vento pioggia cielo grigio, i vestiti milanesi vanno benissimo.

Ecco la mia guida: Fausto. Un ragazzo, forse si dovrebbe dire un uomo abbastanza alto, magro, con un leggero accento napoletano; con lui c’è la signora S., una viaggiatrice che condivide l’esperienza con me. E’una signora toscana molto molto vivace di 74 anni “assai” simpatica. Come a Milano scendiamo a prendere la metro.

Qui è abbastanza profonda però è più luminosa, la ventilazione è così buona che ti sembra di essere all’aperto, ci sono meno schermi, l’audio è meno invasivo e c’è anche meno gente in giro.

Nella pavimentazione ci sono le guide per i ciechi e sui treni gli annunci vocali come sulla nostra, però la metro di Napoli è sicuramente più bella, meno rumorosa, meno affollata e puzzolente, direi, forse non ci crederete, anche molto pulita. Bella sì, ma dal percorso molto breve.

Usciamo dall’albergo verso le nove e rientriamo alle 11 circa per dormire, quindi potete immaginare quante cose scopriamo. Le stazioni della metro sono interessanti, non sono tutte uguali, per esempio quella dell’università ha degli effetti cromatici sul pavimento e sul soffitto in viola e blù con grandi sculture in vetroresina, insomma, arte contemporanea.

Per me è ora di dormire.

Un abbraccio

Guardate l’ora e capirete.

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Claudia C.
Io sono Claudia. Scrivo per il piacere di esprimermi, per raccontare storie di viaggi che attraversano spazi ampi e minuscoli, tempi minimi e lunghi, sempre vissuti con i sensi tesi e poi travasati qui. Mi muovo tra luce e buio, indago sopra e sotto, dentro e fuori e poi scrivo. Accolgo la benedizione della luce, assorbo il calore del sole, raccolgo nel cavo della mano l'ombra e poi rifletto, prendo tempo, perché la linea che li separa non è mai precisa. Ogni giorno spetalo il mio fiore, di sepalo in sepalo, di petalo in petalo fino a trovare, a sera, il suo colore sulla punta delle dita, o forse, un pungiglione che all'improvviso mi buca la pelle. Io sono Claudia e di questo un po' racconto perché per me l'immagine è parola. E se provate a immaginare, forse vedrete oltre.