Usciamo dall’albergo, Rettifilo, cioè Corso Umberto, il basolato, i lampioni di marmo lavorato e la metropolitana. Siamo in tre: S., una signora di Firenze over 70 che smanetta alla grande con l’iphone, è ipovedente, porta lenti spesse e per vedere i dettagli tira fuori un binocolo, voce da trans e arrotola le sigarette ovunque per strada e nei musei, la guida e io.

Siamo diretti al quartiere Sanità. Prima di entrare nel rione attraversiamo una piazzetta col mercato, chiamata “I Vergini”. Strano questo nome, di solito si dice “le Vergini” per gli uomini in passato non era importante esserlo, ma anche qui si nasconde una storia che non racconterò.

I fiarielli sono qui su una bancarella, vivi, freschissimi, ancora bagnati di rugiada dei campi. Col permesso del fruttivendolo li tocco. Ci sono anche dei pomodorini che somigliano ai datterini, ma terminano con una piccola protuberanza, crescono vicino al Vesuvio; tocco anche questi.

Ci avviciniamo al rione e scorgiamo una bella chiesa con una grande scalinata appena riaperta dopo un lungo restauro. La chiamano chiesa del Rosatello, come la legge elettorale Rosatellum appunto, è dedicata alla Madonna del Rosario. Saliamo le due rampe di scale, entriamo al primo piano, al piano terra c’è altro, forse un magazzino o un negozio di souvenir, dipende, altre chiese sono fatte così: un tempo anche al piano terra era chiesa.

Girando per la navata, guardando e toccando abbiamo posto qualche domanda ad un signore che ci sembrava un custode e abbiamo saputo che la domenica alle 11 un ordine di preti francesi celebra la messa in latino.

Ormai siamo nelle vie e nelle piazze, la pochette con documenti ,portafoglio e carta di credito stretta sotto l’ascella, il bastoncino nella destra come sempre. La giornata è fresca e ventosa, le nuvole vanno e vengono, l’ombrello è a portata di mano. Non ci sono cattivi odori, non c’è pattumiera in giro, è normale? Ci sono molti murales, un’intera facciata di un palazzo è coperta di volti di bambini. Nelle piazzette e nelle aiuole ci sono piccole sculture contemporanee dedicate a Totò, a un bambino ucciso dalla camorra e tutto si mescola, scritte che esprimono il desiderio di giocare sicuri nelle strade…. La voglia di rinascere, di cambiare e rinnovare si percepisce dappertutto. passano i motorini, sfrecciano e fanno dei rumori strani perché sono vecchi scassati e truccati; alcuni saranno di persone che girano per i loro affari, ma altri saranno sicuramente di osservatori che andranno a riferire ad altri della nostra presenza nel quartiere, del nostro modo di andare in giro di infilarci nei portoni, salire scalinate e toccare colonne fregi e decorazioni. Nessuno ci ferma, nessuno ci importuna.

Camminando un po’ su e un po’ giù dal marciapiede perché è stretto, passiamo accanto ai “bassi”. Certo non sono più quelli descritti da Matilde Serao, sono fatti all’incirca così.

Una porticina e una finestra affiancate danno direttamente sul marciapiede e si aprono su un locale che fa da cucina e da soggiorno, dietro c’è una stanza senza finestra dove si dorme in 2, 3 ,4 ,5, 6, quanti si vuole e il bagno è ricavato sempre qui, però anche nei bassi c’è grazia e inventiva.

Per stendere i panni si mette lo stendino davanti alla casa e poco importa se occupa tutto il marciapiede, il pedone scende. Però lo stendino lo si può mettere anche davanti a casa sul marciapiede di fronte. Qualcuno davanti alla propria porta mette delle piastrelline , così il marciapiede diventa meno monotono, può anche costruirsi una piccola veranda e mettere i vasi, sempre recintando un pezzo di marciapiede…

Camminiamo, ci sono dei bei negozi, farmacia profumeria erboristeria, l’olfatto non mente, nessuna puzza. Entriamo in cortili dai pesanti portoni di legno lavorato come quello del palazzo dello Spagnolo e arriviamo alla nostra meta: il Cimitero delle Fontanelle, che si è andato costituendo in seguito agli editti napoleonici sulle sepolture.

Così centinaia di migliaia di teschi, tibie, femori e via così sepolti un po’ ovunque sono stati concentrati qui in una grande immensa cava di tufo giallo scavata a mano nei secoli precedenti e poi abbandonata. Si tratta di una cupola alta, vasta, con tante nicchie che accolgono montagne di ossa, sopra i teschi, dietro e sotto le altre parti dello scheletro.

Attenzione, qui la questione si fa interessante: “Le Capuzzelle, i teschi, vengono adottati dai napoletani che subito li mettono al lavoro. Sacro e profano si fondono, sotto alla grande cupola tutto si mescola, si parla con i morti come con i vivi, si scambiano gesti e favori di qui e di là, sulla terra e in purgatorio. Spirito e materia contrattano come due comari al mercato; c’è chi lavora per il paradiso e chi per la pecunia, dai numeri del lotto, al posto fisso, alla guarigione, dove ci sta l’uno ci sta anche l’altro, sottobraccio senza scomporsi. Anche questa è una bella filosofia.

Funziona così: una persona sceglie una capuzzella da adottare, una di quelle che è ancora libera per l’adozione, può essere un bambino, una bambina o un adulto, gli porta dei piccoli doni: qualche monetina, una caramella, una macchinina che depone lì accanto, una sigaretta che infila nella bocca del teschio e poi gli fa la richiesta: Un guaio da risolvere, dei soldi da vincere al gioco, la guarigione, i numeri del lotto da far comparire in sogno. Se la capuzzella prega bene dal purgatorio e raggiunge l’obiettivo, l’adottante la metterà in una “carabattola” che è una scatola di legno o di pietra un po’ grezza affinché tutti sappiano che quella capuzzella è stata capace di risolvere un problema.

Tutta la situazione è strana, si passeggia nelle navate, si sentono gli uccellini da lontano, intorno c’è silenzio e sullo sfondo la pietra gialla e i segni nella roccia dove gli operai poggiavano i piedi per scavare le parti alte della cupola per estrarre il tufo. Non ho provato né paura né ribrezzo nello stare in mezzo a tante ossa che ho pure toccato, solo che dopo un po’ ci si sente confusi e viene da sorridere benignamente.

Ritorniamo sulla strada, ancora il vento. La guida ci accompagna alla casa del “Pozzaro” Vincenzo. Non è la sua casa, è un basso che ha ereditato dal nonno “Pozzaro” e che adesso ha trasformato in negozio laboratorio per attività diverse. In realtà scava sotto la casa per riportare in superficie i resti dell’attività del nonno che svolgeva un lavoro molto importante. In una specie di cantina aveva costruito delle vasche di pietra nelle quali ammollava il baccalà e lo stoccafisso. Ancora più in profondità si scendeva con una scaletta fino a raggiungere l’imboccatura di un pozzo che prendeva acqua da un piccolo fiume sotterraneo. Il “pozzaro” costruiva i pozzi nelle abitazioni dei nobili e dei borghesi e faceva i collegamenti per gli scarichi, quindi conosceva una fitta rete di cunicoli che collegavano un palazzo ad un altro e che portavano da un quartiere all’altro, poteva insinuarsi nelle case a suo piacere e di nascosto, sfuggendo ad ogni controllo.

Era una persona da tenere ben cara e pagare molto bene per il suo lavoro per non avere brutte sorprese.

Nel suo bugigattolo Vincenzo vende oggetti di terracotta come la “mummarella”; una piccola anfora che serviva per prendere l’acqua alla fontana. C’era una fonte d’acqua sulfurea che raccolta in questa “mummarella” prendeva un sapore molto particolare. La fonte era pubblica, quindi gratuita e i poveri ne bevevano con grande soddisfazione, ma Giovanni Leone, ex presidente, un giorno, ritenendo la pratica poco igienica e portatrice di colera, l’aveva fatta chiudere per poi donarla al figlio che ci costruiva sopra l’hotel Continental.

Finalmente si va a pranzo. Che buona la pizza, solo che bisogna stare attenti perché quella normale ha dimensioni da gigante. Prendo la mignon che per noi è la baby, ma che squisitezza.

Al pomeriggio, ormai sono le 16,30 si va a visitare il Palazzo Reale. Ovviamente ci si sta fino alle 19.30 orario di chiusura.

Ho scoperto che la cucina napoletana usa molto il baccalà e allora ceno con dei deliziosi ravioli al ripieno di baccalà. Le verdure sono sempre molto gustose, girate in padella e molto condite.

A Domani

Il terzo giorno. Napoli, Pompei e il MAN.
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Claudia C.
Io sono Claudia. Scrivo per il piacere di esprimermi, per raccontare storie di viaggi che attraversano spazi ampi e minuscoli, tempi minimi e lunghi, sempre vissuti con i sensi tesi e poi travasati qui. Mi muovo tra luce e buio, indago sopra e sotto, dentro e fuori e poi scrivo. Accolgo la benedizione della luce, assorbo il calore del sole, raccolgo nel cavo della mano l'ombra e poi rifletto, prendo tempo, perché la linea che li separa non è mai precisa. Ogni giorno spetalo il mio fiore, di sepalo in sepalo, di petalo in petalo fino a trovare, a sera, il suo colore sulla punta delle dita, o forse, un pungiglione che all'improvviso mi buca la pelle. Io sono Claudia e di questo un po' racconto perché per me l'immagine è parola. E se provate a immaginare, forse vedrete oltre.