Usciamo dall’albergo di buon mattino, sono circa le otto e oggi siamo in quattro.

La nostra guida si chiama Fausto, è un geologo, esattamente un vulcanologo, nato e cresciuto alle pendici del Vesuvio e oggi che è sabato si è aggiunta Adele, la sua compagna che lavora in università, la Federico Secondo. Prendiamo la metro diretti alla stazione della ferrovia circumvesuviana in direzione sud. I trenini sono abbastanza comodi e frequenti, direi anche puliti; sono treni di pendolari e studenti, ma anche si vedono signore con le borse della spesa, un pubblico misto. La signora seduta vicino a me ha comprato il pesce fresco. Sfilano i centri della periferia sud e poi i paesi. Pompei non è lontana e l’inizio degli scavi è vicino alla stazione.

C’è vento, fa freddo e a tratti pioviggina. La città sorge in uno spazio aperto ampio e battuto dal vento, appunto; ci vorrebbe il cappello. Incontriamo subito la nostra guida. Lello è un signore con molta esperienza, un cinquantino, per dirla alla Camilleri, competente e abile nel leggere la tipologia umana, così ha lasciato la mia compagna di viaggio a Fausto e mi ha presa sottobraccio, mentre Adele passeggiava e fotografava per i fatti suoi.

Il percorso è un po’ accidentato, massi di basolato vecchi di più di duemila anni sono dappertutto; si attraversano le vie saltando da un sasso all’altro come quando si guadano i torrenti di montagna per evitare di bagnarsi le scarpe. Gli affreschi e i mosaici sono incomprensibili per il tatto, quindi si toccano le strutture: muri, porte, banchi dei negozi, sedili, colonne, vasi, macine e qualche utensile. Andiamo a visitare il teatro piccolo e proviamo l’acustica.

Entriamo in alcune Domus e in qualche negozio, anche nel lupanare, per chi è interessato, si conoscono prezzi e prestazioni, tocchiamo il giaciglio di pietra usato per il lavoro e anche per il riposo notturno della prostituta.

Andiamo in giro liberi, fuori dai percorsi per disabili, la guida mi fa toccare tutto il toccabile e anche il non toccabile e, non sarà la prima a rompere i divieti con me.

Scaduto il tempo, la guida ci lascia, giriamo per le strade un po’ infreddoliti, il vento è davvero fastidioso.  Dopo un po’ ho la sensazione di essere in un ambiente familiare ed estraniante insieme.

Torniamo in città, abbiamo fame e andiamo in una buona pizzeria. E i babà?

Dopo le sigarette rollate a mano, sono la passione di S.; ne rimembra uno gustato negli anni sessanta e dalla pasta inzuppata e gocciolante di liquore. Così andiamo alla ricerca del favoloso babà!

Adesso ne ho uno nel piatto, che qui è definito di taglia piccola, ma c’è anche la taglia grande che è davvero grande. S. naturalmente ha preso quello grande e mi dice: “Claudia, com’è grande, è come un bambino!” Così non rende l’effetto, ma immaginate la frase pronunciata con un forte accento fiorentino, bene l’idea del bambino nel piatto, quando ho in mano coltello e forchetta, mi fa rabbrividire.

S. non è soddisfatta, il liquore è scarso. Ne assaggeremo un altro più avanti e ancora non sarà contenta, il favoloso babà rimarrà nel mito.

Un altro desiderio della mia compagna di viaggio è di vedere il Cristo Velato, per me inaccessibile, impossibile toccarlo, la sorveglianza è strettissima, così me ne vado per cammei e coralli.

Visita al MAN: Museo Archeologico Nazionale.

Palazzo bellissimo, forziere pieno di tesori come la caverna di Alìbabà.

“Vedere e non toccare è una cosa da imparare” Ve lo ricordate?

E allora che cosa fare?

“Provare e riprovare, val sempre la pena di tentare” Quindi:” Apriti Sesamo!”

Uno, due e tre, un lampo, un tuono e compare Amelia che con la sua bacchetta magica libera le sculture dal cordone rosso, io mi avvicino e tocco le opere originali.

Usciamo all’ora di chiusura mentre i custodi spengono le luci e chiudono le porte.

Si va per un aperitivo e poi un po’ in giro per le strade.

Anche camminando per rilassarci e guardare i negozi, ascoltare il rumore della folla e del traffico si fanno degli incontri divertenti. che vi racconterò più avanti. Sto scoprendo qualche piatto della cucina napoletana, il baccalà è stato per me una deliziosa sorpresa, dopo i ravioli dell’altra sera adesso ceno con un’altra specialità, non so scrivervi il nome perché non l’ho visto scritto e non mi ricordo la pronuncia esatta, si tratta ancora di baccalà fritto con una bella crosticina e poi circondato da un sugo di pomodorini e non so che altro, olive, capperi, dal sapore gustoso. Finiamo la cena con babà per S. e pastiera per me. Il dolce mi è sembrato, per me che non amo le cose troppo dolci, proprio ben fatto, senza esagerazione e sbrodolata, con grano, ricotta e aromi giusti.

Così beatamente, la giornata finisce.

Napoli ultimo giorno. Tre storielle per ridere.
La storia continua qui

Articolo precedenteSecondo Giorno. Napoli sopra e sotto: tufo e basolato, giallo e grigio
Articolo successivoIl Counselor
Claudia C.
Io sono Claudia. Scrivo per il piacere di esprimermi, per raccontare storie di viaggi che attraversano spazi ampi e minuscoli, tempi minimi e lunghi, sempre vissuti con i sensi tesi e poi travasati qui. Mi muovo tra luce e buio, indago sopra e sotto, dentro e fuori e poi scrivo. Accolgo la benedizione della luce, assorbo il calore del sole, raccolgo nel cavo della mano l'ombra e poi rifletto, prendo tempo, perché la linea che li separa non è mai precisa. Ogni giorno spetalo il mio fiore, di sepalo in sepalo, di petalo in petalo fino a trovare, a sera, il suo colore sulla punta delle dita, o forse, un pungiglione che all'improvviso mi buca la pelle. Io sono Claudia e di questo un po' racconto perché per me l'immagine è parola. E se provate a immaginare, forse vedrete oltre.