Prima Storiella

Arriviamo un pomeriggio, noi tre, i soliti tre, in una piazzetta e sentiamo cantare al microfono una canzone napoletana.La scena è questa:

Dal balcone di casa sua, al primo piano di un condominio, un signore canta al microfono una canzone napoletana, un diffusore trasmette la base e tutta la piazzetta risuona. Il cantante indica con la mano una persona del pubblico raccolto tutt’intorno e dice: “Questa è pe tia” Così ti dedica anche una canzone, poi cala il cestino per raccogliere l’obolo.

Seconda Storiella

Avete mai provato a suonare il motorino?

In vita, io mai!

Eppure è capitato anche questo. Per strada ci siamo avvicinati, attratti dalla musica, a un motorino suonato da un ragazzo come se fosse una batteria.

La base amplificata diffondeva una canzone e con le bacchette il ragazzo suonava la sella, il bauletto, due caschi, un colapasta e non so cos’altro scocciati sul motorino.

Terza Storiella

Siamo a passeggio per i quartieri spagnoli, vicoli piazzette stradine e via così. L’atmosfera intorno è allegra, festosa, c’è molta gente in giro. Le saracinesche dei negozi sono già abbassate e scopriamo che sono dipinte con paesaggi e macchie di colore. In una piazzetta giocano dei ragazzini, anche i lampioncini sono a forma di bambino. Ci sono scritte e graffiti fatti dagli alunni di qualche classe elementare che ringraziano per aver restituito questo spazio ai giochi, per averlo reso sicuro e pulito. Ci sono anche dei murales e, come nel rione Sanità, si vede il desiderio di rinascita e rinnovamento.

Dunque, siamo in una stradina e succede che arriva l’ora dell’aperitivo, i locali aprono e invitano le persone ad entrare, o meglio, spesso si beve in strada e in piedi. Ci guardiamo attorno, ascolto l’ambiente intorno, c’è un tipo che dice ad un tale Ciro di spostare il motorino. Perché dovrebbe spostarlo? il motorino è lì parcheggiato, ma dove? Cammarota propone l’aperitivo a 2 euro, credo solo da bere: vino bianco o rosso e spritz. Un signore si colloca vicino al motorino con una specie di carrellino proprio davanti a Nennella che vuole fare concorrenza al famoso Cammarota e propone da bere a 1 euro. Il motorino è proprio lì vicino a questo carrettino e intralcia le persone che gli si affollano intorno per prendere da bere. Ovviamente Ciro non si preoccupa minimamente di spostarlo. Anche noi ci avviciniamo e con un euro beviamo io un bicchiere di vino bianco, nella plastica ovviamente, gli altri due uno spritz. Ecco, in piedi col bicchiere di plastica in mano facciamo l’aperitivo nei Quartieri Spagnoli al carrettino di Nennella. Se mi vedessero i miei figli direbbero: “Ma mamma!”

A Napoli tutto è possibile, Napoli è Napoli!

 Partenza. Napoli, ciao!

E’ domenica mattina, le città la domenica non sono le stesse, uffa!

Usciamo, ancora basolato e rettifilo, bei palazzi rossi, gialli, finestre incorniciate dal piperno, (pietra lavica), la metropolitana e poi il rumore della piazza. Siamo in quattro, con noi c’è Lorenzo che è il responsabile del viaggio. Il tempo è come sempre, ventoso, tendente alla pioggia con qualche squarcio di azzurro. Andiamo verso il lungomare per vedere il Maschio Angioino e Castel Dell’Ovo. Però io ho in mente anche di andare alla Messa Alta nella chiesa del Rosatello, quella in latino che non ha niente a che vedere con Napoli, però la mia curiosità antropologica ha sempre il suo peso, riti, usi e costumi dei popoli mi affascinano sempre. Entriamo nel cortile del Maschio, qui le guide fanno un po’ fatica a raccontare, forse non sono molto preparate. Giriamo un po’, il luogo meriterebbe più attenzione, ma Il tempo corre e io ho in mente di fare quella cosa, voglio anche sentire cantare le suore.

Alla messa assistono 7 persone, 5 uomini e 2 donne, poi ci siamo noi in veste di osservatori, cinque suore vestite di blu, due preti e un terzo aiutante dei due, un uomo all’armonium.

I preti ovviamente danno le spalle, tutta la funzione si svolge in latino, ma un latino fluido, legato, quasi incomprensibile, l’omelia è in italiano. I preti sono francesi dell’ordine di Cristo Re o Redentore. Che siano dei lefrevriani? Non credo.

Ho l’impressione di essere a teatro, tutto si svolge seguendo un cerimoniale rigido e per me incomprensibile. Mi mancano i codici linguistici e simbolici per decifrare quanto accade. Si comprende la gerarchia dei tre. Ci sono preghiere che si pronunciano in un luogo e altre in un altro, il celebrante s’inginocchia, prega, s’inginocchia di nuovo, questo per tre volte. Alcune frasi vengono dette portando il cappello, quello del prete a tre punte, altre togliendolo per lasciarlo in attesa tra le mani di un concelebrante. Ogni spostamento, ogni gesto, ogni segno è studiato e calcolato. Capisco solo la predica e il commento alla parabola del “Seminatore”. Il prete parla un ottimo italiano con un leggero accento francese.

Le suore cantano, cantano bene, belle voci, direi mezzo soprano al massimo, non sono nè vecchie né giovani e nemmeno di clausura. Suonano tre volte il campanello, siamo al Santus e poi ci avviamo alla fine. Per ricevere la comunione, le poche persone presenti, si dispongono in ginocchio intorno alla balaustra, come ho fatto anch’io nelle mie prime comunioni.

La messa finisce, il signore che avevamo incontrato venerdì mi riconosce e si avvicina per salutarmi. Ricambio il saluto e con Lorenzo scendiamo la scalinata verso la piazza.

Ho avuto la sensazione di essere in un ambiente cristallizzato, estraneo e distante. Le suore mi sono sembrate un coro senz’anima o dall’anima cristallizzata, voci gentili, ben accordate, senza vibrazioni.

Siamo all’aria aperta, ormai pensiamo alla partenza. Ritiriamo i bagagli alle Orchidee e ci dirigiamo alla stazione. Prendiamo qualche cosa in un locale vicino alla stazione, questa volta il cibo non va, focacce con patate, crocchette, cibo unto in carta unta.

Siamo in treno, Freccia Rossa 1000, comodo, veloce. La mia compagna di viaggio non rulla sigarette, si accomoda, non parla e cerca di dormire. Mangio un po’ di quel mattone che ho portato con me, ho appetito e ne mangio un bel po’, il resto finisce compresso nella piccola pattumiera del tavolino. Leggo.

Il Freccia Rossa punta a Nord, tira su il muso e corre, non c’è altro adesso per me, solo il suo rumore e le sue oscillazioni sui binari. La mia carrozza, forse l’ultima, esce dalla stazione e Napoli svapora. Il Vesuvio dorme di sotto in buona compagnia, di sopra, sul suo basolato, gli altri sognano. Ritornano le discariche abusive, la corruzione, la disoccupazione.

Napoli, ciao.

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Claudia C.
Io sono Claudia. Scrivo per il piacere di esprimermi, per raccontare storie di viaggi che attraversano spazi ampi e minuscoli, tempi minimi e lunghi, sempre vissuti con i sensi tesi e poi travasati qui. Mi muovo tra luce e buio, indago sopra e sotto, dentro e fuori e poi scrivo. Accolgo la benedizione della luce, assorbo il calore del sole, raccolgo nel cavo della mano l'ombra e poi rifletto, prendo tempo, perché la linea che li separa non è mai precisa. Ogni giorno spetalo il mio fiore, di sepalo in sepalo, di petalo in petalo fino a trovare, a sera, il suo colore sulla punta delle dita, o forse, un pungiglione che all'improvviso mi buca la pelle. Io sono Claudia e di questo un po' racconto perché per me l'immagine è parola. E se provate a immaginare, forse vedrete oltre.