Sono sicura che mia madre gongolerebbe di gioia di fronte a una mia tale affermazione. Non che io abbia alcuna intenzione di smettere di sognare le steppe infinite dell’Uzbekistan, le montagne Andine, le dense città orientali, il Makong, i tramonti africani, le barriere coralline e l’universo di esseri umani con tradizioni, culture, cucine, architetture e lingue inimmaginabili che incontrerei per la mia strada. Soltanto, la mia irrequietezza è ammorbidita, forse dall’età, forse dalle sfide quotidiane che affronto per costruire e affermare la mia persona, forse dagli affetti che mi godo al mio fianco. Queste mete mi riempiono gli occhi e le fantasie, cullano i miei sogni notturni e distraggono i miei viaggi in metropolitana, ma le carezzo gentilmente e accetto che forse, tutto subito, non è possibile. D’altronde, non ho mai creduto a chi limita il godersi la vita all’età della giovinezza, dell’irresponsabilità, dell’assenza di vincoli.

Oggi quindi mi permetto di guardare dolcemente alla mia vita e di riconoscere le infinite vie di viaggio che instancabilmente percorro.

Mi ritrovo a camminare nel quartiere in cui vivo da anni, rimasto inesplorato fino al giorno in cui per necessità mi sono diretta verso zone abbastanza vicine a casa da permettermi piccole e indolori camminate di riabilitazione post operatoria, che si sono poi rivelate vere e proprie escursioni. Una guida dallo sguardo più profondo del mio mi ha indicato

campetti sportivi in mezzo a prati, strade sinuose costeggiate da sottili alberi da un lato e dall’autostrada dall’altro, vecchie Mustang abbandonate, chiuse del naviglio piene di innumerevoli palloni da calcio, cascinali abbandonati e recuperati, orti pubblici strappati a terre dimenticate. Viste, luci e contrasti che potrebbero lasciare indifferenti, l’effetto su di me fino a pochi mesi fa, o meravigliare e incuriosire. Oggi cammino, osservo, conosco. Traccio linee di relazione e di scambio: mi trovo nella curiosa situazione di poter applicare un approccio progettuale a un luogo sotto casa, totalmente da scoprire.

Mi ritrovo poi a perdermi nei miei libri, per cui ho ritrovato un gran appetito negli ultimi tempi. No, non sto parlando di libri ambientati in luoghi lontani e misteriosi che nutrono nel lettore la curiosità della scoperta, né dei reportage di viaggi alla Terzani.

Libri di prossemica che illustrano i rapporti tra persone e spazi, saggi che analizzano nuove pratiche di governance come l’olocrazia, storie che raccontano un piccolo luogo sperduto nella Pianura Padana visto dall’ineluttabile occhio della Storia, buone pratiche per diffondere arte e cultura sparse un po’ a caso per l’Italia e per il mondo, il romanzo di uno scrittore che vivendo da vicino la morte di due persone si ritrova costretto a raccontarne la storia, la storia di un giovane guerrigliero Guevara, un report che spiega la struttura della mafia paragonandola a un’impresa.

Da ognuno di questi libri lascio penzolare un filo, che ritrovo nel seguente, che risuona nel podcast di due biologi quando parlando dell’evoluzione, che si arricchisce di immagini in un documentario sulla dopamina e sull’effetto ricompensa che la libera nel nostro corpo. Questi continui stimoli, accolti in momenti di staticità,  mi impediscono di stare ferma, mi chiamano, mi strattonano, mi svegliano di notte. Senza fuso orario, senza fissità.

MI ritovo poi in piccole fughe fuoriporta attratta da una mostra, dalla voglia di una passeggiata, dal profumo di un buon piatto di pasta, da un colore di un palazzo, dalla ruvidezza di una strada..

Continuo a ritrovarmi, in questi piccoli costanti viaggi.